1974-2004 Cerro Torre, trent'anni dopo
PRIMA DELLA VETTA di Daniele Chiappa

…Sono preoccupato. Da questa mattina, dopo che il cattivo tempo ha mollato la sua forza attenuando vento, tormenta, nubi, e merde di altro genere, dandoci la possibilità di tentare quella che forse sarà l’ultimo tentativo di arrivare in vetta, adesso ha di nuovo ricominciato a sbuffare.
Sono bastate quattro ore di tranquillità per rimettere in moto questa turbolenta torre ventosa. Mi trovo sotto il passaggio chiave del Torre, in sosta con Pino. Quello che sta sopra di noi si chiama “passaggio chiave” sin da quando siamo arrivati al campo 5 dell’Elmo, perché quando guardavamo in alto, nei brevissimi squarci di sereno, vedevamo buone possibilità di salita fino a quel punto… oltre, era per tutti un enigma, Miro compreso.

Soffia di nuovo il vento, e le violente folate di neve vanno ad infilarsi in tutti i buchi della giacca a vento… in pochissimi secondi si passa dal sereno alla bufera senza capire come questo possa succedere. Un paio d’ore fa, quando con Pino ho raggiunto la cima dell’Elmo, abbiamo visto nitidamente Miro, duecento metri più avanti, mentre era alle prese con le difficoltà della zona centrale del passaggio chiave. Adesso che siamo arrivati sotto questo tiro non si vedono più, né lui né Zenin… al loro posto c’è una bella corda fissa. Recupero Pino in sosta, quindi metto la prima maniglia di risalita nella corda; inserisco la seconda e parto. Pino mi fa sicura sfilandomi la corda pian piano… il tiro è verticale, anzi, a dire il vero, mi pare strapiombi un po’! Ma come ha fatto Miro a passare di lì!

Questa mattina, prima della partenza dal campo 5 all’Elmo, Miro mi aveva detto di portare solo una tendina da bivacco e l’ultimo rotolo di corda… o meglio, l’ultimo rotolo di cordino: quello rosso con la spia gialla della Snia da 6 millimetri di 100 metri. Questa era l’unica nostra corda disponibile, oltre a quella già portata in alto. A Pino ha detto di prendere tutti i chiodi da ghiaccio rimasti; di quelli fatti a casa: “chi lunch” (tubolari lunghi con alette a lisca di pesce) e “chi curt” (corti con lama a spirale larga). Sia io che Pino siamo piuttosto carichi, ma non abbiamo la tensione di aprire la via… tutto sommato, anche se lo zaino è pesante, siamo contenti di muoverci dopo tanti giorni di stop.

Salgo lentamente e con grande fatica; la corda molleggia paurosamente e lo zaino mi sbilancia. Pino mi incita: …“dai, moves, se nò i ciapem piò” (dai, muoviti, sennò non li prendiamo più) – non prendiamo più Miro e Zenin. Pino mi conosce da qualche anno e sa che, se mi tocca sul il nervo scoperto, reagisco: sbuffo un po’ e innesto la marcia giusta! Sono in mezzo al tiro e mi trovo completamente appeso alla corda fissa: sono nel vuoto, lo zaino mi sbilancia, acchiappo al volo l’ultimo gradino della staffa lasciata da Zenin e mi raddrizzo. Tiro il fiato… do un paio di zampate ai gradini della staffa e mi tiro su fino al chiodo che mi resta in mano rimandandomi nel vuoto appeso alle maniglie sulla corda fissa. Sono appeso come un salame e tra le mani ho la staffa e il chiodo a “U”, al quale era attaccata. Guardo il buco da dove è uscito e vedo che il chiodo era piantato nel ghiaccio, su uno strato di una decina di centimetri… siamo sostanzialmente appesi ad un enorme lastrone incollato al granito rosso del Torre!!! Avviso Pino che rimetterò il chiodo e di stare attento. Sputo un paio di volte sulla lama del chiodo a “U” –così gela meglio- e lo rimetto al suo posto. Avviso Pino che mi ha appena espresso un suo preciso parere in merito a quanto accaduto con un delicato “vadavialcu… set dre a fa!” – vaf…. cosa stai facendo!-).

Riprendo a salire e in pochi minuti arrivo in sosta, fuori dal tiro verticale. Mentre recupero Pino mi guardo in giro. Mi pare d’essere sulla luna, anche se non so com’è fatta. Ad un paio di tiri da me vedo Miro alle prese con un muretto di ghiaccio poroso. I minuti passano in fretta. Pino è con me; la parete è coricata e la corda fissa, frazionata ogni tanto dai chiodi messi da Miro, ci permette la salita di conserva. Ben presto arrivo da Zenin, mentre Miro è gia lontano sopra di lui. Mi fisso al chiodo; recupero Pino che arriva a razzo. Siamo fermi in tre su un chiodo! Pino guarda Zenin, suo compagno di cordata di tante scalate: poi guarda me! il messaggio è chiaro; non sarebbero necessarie altre parole, o oggi o mai più.

Mariolino (Zenin) dice che, secondo ciò che il Miro gli ha appena detto, dovremmo essere in zona cima. Sto vivendo una strana situazione, il cielo è a tratti blu scuro, tanto è sereno, e qualche secondo dopo veniamo avvolti dalla nebbia. Miro recupera Zenin e mentre sale, stende la fissa per noi. Guardo in basso verso il Filo Rosso: è molto lontano, circa 1500 metri più in basso e vedo la spumeggiante cima della Torre Egger che finalmente vediamo dall’alto verso il basso. Miro ha appena detto a Zenin di aver visto il Fitz Roy per qualche minuto durante la traversata sulla parete sinistra dell’ultima anticima. Ciò significa che mancano poche decine di metri alla vetta.

Parte Pino e qualche istante dopo non lo vedo più; la corda si sfila con una continuità impressionante. Parto anch’io, risalgo una parete inclinata completamente imburrata di neve porosa, aggiro una spalla e vedo tutte e tre i miei compagni di scalata. Miro mi dice con tono imperioso: …”Ciapin, moves, go bisogn la corda” (Ciapin, muoviti, ho bisogno della corda): tolgo il rotolo del cordino dallo zaino e gli passo l’asola di testa. Mi fa piacere essermi ricongiunto a Miro, mi sembra che emani strane energie positive e mi da una carica straordinaria.
Miro attacca lo strapiombino alto circa cinque metri che sta sopra di noi; infila le due piccozze nella neve porosa dalla parte dell’asta e pian piano sale. La spalla sottostante è sufficientemente agevole e mi viene naturale spostarmi sotto di lui per scattare un paio di foto in mezzo a quei formidabili cavolfiori di neve.
Miro mi dice di togliermi da dove mi trovo: non faccio in tempo a riporre nella tasca della giacca a vento la macchina foto che mi ritrovo spiaccicato nella neve con il Miro sopra di me. Si rimette in sesto: è irritato come raramente l’ho visto, mi dice che se mi fosse entrato nella testa un chiodo o una piccozza avremmo mandato sui fichi tutto il lavoro di due mesi! Sono demoralizzato e capisco Miro, ma ero troppo attratto da quelle meraviglie.

Miro riprende con una foga pazzesca e con l’incazzatura che ha addosso supera in pochi minuti lo strapiombo. Non lo vediamo più, la corda scorre velocemente poi si ferma. Parte nuovamente Mariolino; io lo seguo a due metri: la scalata è splendida, aggiro la spalla e vedo Miro, in alto alla parete bianca, sotto il fungo della vetta… mi corre un brivido dietro le spalle che mi sale verso la testa. Il fungo finale mi sembra impossibile, ma è una visione dell’altro mondo! Non perdo tempo e scalo velocemente: arrivo in sosta dietro Mariolino e, mentre recupero Pino, Miro riparte di nuovo. Miro sta dando un’accelerazione folle alla scalata, sono circa le 16,30 ed abbiamo circa sei ore e mezzo di luce. Significa che “se arriveremo” in vetta, per tornare al campo dell’Elmo senza bivaccare in parete occorre essere in cima non più tardi delle 19... Miro raggiunge l’ultima spalla sotto al fungo. Zenin riparte ed io con Pino lo seguiamo, di conserva.

Siamo tutt’e quattro sotto la parete di circa trenta metri. Casimiro ci guarda senza parlare. Prende da Mariolino tutti i chiodi da ghiaccio che ha e riparte. Sale direttamente verso la parete, ma dopo qualche metro si ferma. La crosta di ghiaccio è troppo sottile e non riesce a mettere chiodi. Si abbassa di qualche metro e si ferma di nuovo. Il vento è quasi assente; le nubi circondano la cima del Torre e noi siamo appollaiati sulla spalla come fossimo tre condor in attesa del pasto! Il cielo è ancora più blu del blu! Miro si gira verso di noi, ci guarda attonito, poi ci dice con voce ferma …”traversi a destra” (attraverso a destra). Miro procede molto lentamente e mentre lo assicuro, Mariolino riprende con la cinepresa la scalata di quel fantastico traverso. Io guardo Pino e lui guarda me: siamo terrorizzati che Miro possa arrendersi… la cosa non è poi tanto peregrina: se Miro non passasse, nessuno di noi in quel momento avrebbe la forza di continuare.

Miro procede lentamente; si trova a metà traverso, sotto di lui ci sono circa mille metri di parete! Lavora il ghiaccio con una calma disarmante: sembra un orafo! Ancora qualche metro e scompare dietro la parete del fungo. Mariolino sente la corda tirare e parte. Lascio che arrivi alla fine del traverso e poi parto anch’io. Pochi metri e mi trovo al centro del traversata: sono allibito! Casimiro, con pochissimi chiodi infissi, esclusivamente per sicurezza, ha superato la parete del fungo scalando su uno spessore di ghiaccio poroso alto una spanna. Non c’è che dire: è un gran maestro! Non guardo in basso… è meglio per me e per la mia psiche: osservo bene ciò che sto facendo e con l’aiuto della fissa, arrivo nel conoide dietro al fungo. Recupero Pino che arriva velocemente, intanto Miro sale verso la cima, che dovrebbe essere a pochi metri da noi.

La nebbia va e viene e le folate di vento si sono fatte più insistenti. Miro è sopra di noi una decina di metri e nella nebbia non riesce a trovare un passaggio degno di quel nome: mi chiede di verificare dietro la crestina di ghiaccio che sta a circa cinque metri da me. Mi sposto senza problemi, attraverso nel bel mezzo di un cavolfiore di ghiaccio e osservo che il pendio sale verso l’alto senza grosse difficoltà. Confermo a Miro quanto ho visto: si sposta verso destra; aggira anche lui la costola e sale velocemente. Non lo vediamo più. La corda si ferma. Sentiamo Miro battere un chiodo lungo tubolare, dal suono sordo, poi la corda riparte velocemente. Sono impaziente, grido a Casimiro se è in vetta, ma non mi risponde.

Mariolino parte ed io sono dietro di lui di qualche metro. Pino mi osserva con il suo sorriso felice e mi dice… “stavolta ghe sem, Ciapin”… (stavolta ci siamo, Ciapin). Mariolino raggiunge il chiodo che si trova prima di una paretina verticale, lo supera e scompare. Io tiro diritto, faccio lo stesso e, a un tratto, vedo due sagome colorate su una grande spianata di neve. Faccio qualche passo in piano, mi viene incontro Miro che mi abbraccia singhiozzando. Mi stringe forte e mi dice: …“Ciapin, et vest che ghe lem fada”?... (Ciapin, hai visto che ce l’abbiamo fatta?): mi corre una strana sensazione nel corpo, prendo la corda e recupero subito Pino. Mi rendo conto: sto piangendo come un bambino, ma è così che va ed è così che deve essere. Mariolino è abbracciato al Miro… girano su se stessi… sembrano pazzi! Arriva anche Pino che abbraccio. Anche lui piange… Miro e Zenin si avvicinano e ci abbracciamo tutti insieme… è finita finalmente!

Sono le 17 e 45 del 13 gennaio 1974. Non ci rendiamo ben conto della dimensione di ciò che abbiamo fatto, ma siamo sicuri che la cima è stata raggiunta non solo da noi quattro, ma anche dai nostri compagni che sono scesi al campo 5 all’Elmo per consentirci un assedio prolungato di questa meravigliosa e difficile montagna. Anche chi è stato al Torre prima di noi, Bonatti con Mauri nel ’58, i ragazzi della Spedizione del C.A.I. Belledo con mio fratello Robi nel ‘70 e tutti i lecchesi che ci hanno sostenuto, sono con noi sulla cima di questa grande Torre.

Siamo avvolti nella nebbia e folate di vento forte ci fanno capire che non possiamo fermarci troppo. Scattiamo qualche immagine e giriamo gli ultimi metri di film che Mariolino si è portato per tutta la salita. Poi Pino si toglie la giacca a vento, si leva il maglione dei Ragni di Lecco e si rimette nuovamente la giacca dicendo: …”adesso che siamo qui, possiamo fare una bella cosa, così che dicano per sempre che il Cerro Torre è dei Ragni: costruiamo un fantoccio di neve, lo riempiamo con la ferraglia avanzata e gli mettiamo il mio maglione, così iscriviamo il Torre al Gruppo Ragni”… Così fu!
Poi venne la discesa e il ritorno alla vita di sempre

di Daniele Chiappa

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